Daniele Picciuti è nato a Roma nel gennaio del 1974. Si appassiona all’horror grazie ai romanzi di Stephen King, Peter Straub e Dean R. Koontz, fino a scoprire uno dei fondatori del genere: H. P. Lovecraft. Finalista a molti concorsi letterari di genere, tra cui Il Sentiero dei Draghi 2009, due edizioni del Nero Premio, Semhain 2009, Vaults 2009, Short Kipple, è vincitore del Premio NASF 6 (2010) e terzo classificato al Premio Algernon Blackwood (2011). Diverse anche le pubblicazioni in antologia: “L’occhio di Arge” (in Mistero, Il Mondo Digitale Editore, 2010), “Nere Acque” (in 365 racconti horror per un anno, Delos Books, 2011), “Il buio è dentro di me” (in Uomini e spettri, Bel-Ami Edizioni, 2011), “Caccia senza tempo” (in Rivista Altrisogni n.3, 2011), “Dove muore il giorno” (in Almanacco H, Horror Magazine, n. 2, 2011). È Presidente dell’Associazione Culturale Nero Cafè (http://nerocafe.net) e co-responsabile del magazine Knife; redattore anche presso Terre di Confine e Aculeo. È ideatore di diversi premi letterari, come Minuti Contati (per Edizioni XII), Nero Angeli, Nero Short e Nero Lab (per Nero Cafè).
Benvenuto in StrepiTesti Daniele.
Scrittore, articolista, recensore, organizzatore di concorsi letterari… la tua biografia ci propone il ritratto di un personaggio eclettico. Tu come ti presenteresti ai nostri lettori?
Scrittore, articolista, recensore, organizzatore di concorsi letterari… la tua biografia ci propone il ritratto di un personaggio eclettico. Tu come ti presenteresti ai nostri lettori?
Difficile parlare di me senza scadere nel già visto e sentito. Mi piacerebbe inventarmi un profilo tra il serial killer e l’angelo vendicatore, ma la verità è che sono una persona come tante, che ha nella creatività e nella fantasia l’arma migliore. Almeno, questo è quello che gli altri hanno sempre detto di me, e penso sia vero. Mi piace inventare, escogitare, creare. In quest’ottica i racconti, gli articoli e i concorsi hanno un’origine comune. Nascono da nuove idee. E le dita picchiettano veloci sulla tastiera trasformando in caratteri, parole, frasi e pagine quelle che nascono come idee.
Quando e perché hai cominciato a scrivere?
Ecco una domanda a cui è difficile rispondere con qualcosa di diverso dal solito “scrivo fin da quando ero bambino”. Nella maggior parte dei casi è così. Sono poche le persone che ammettono di aver cominciato a scrivere tardi. Nel mio caso, che dire? Ricordo ancora la mia prima Olivetti, una macchina da scrivere che oggi sarebbe considerata antidiluviana, ma che mi ha accompagnato per molto tempo nella mia infanzia. Ho sempre scritto. Come ho detto prima, la creatività e la fantasia sono dentro di me. Vorticano frenetiche alla ricerca di uno sbocco. E, quando succede, devo farle uscire o rischiano di inficiare la vita reale. Quante volte, mentre faccio una qualsiasi cosa, ho il colpo di genio, l’idea scatenante, e la devo mettere su carta? Anche un piccolo appunto, per non dimenticarla. Perché può succedere che, se non fermi subito l’idea, questa sguscia via, magari per far posto subito a un’altra. Carpe diem. Ecco. Questo è essenziale.
Sangue e acqua sono i due elementi che fanno da trait d’union ai racconti contenuti nella tua antologia. A cosa si deve questa scelta?
Volevo comporre una raccolta che non fosse semplicemente un’accozzaglia di racconti senza nulla in comune. Volevo fossero horror, questo è chiaro, ma dovevo trovare qualcosa che li accomunasse. Alcuni erano già scritti, altri li ho scritti dopo aver avuto l’idea. Essenzialmente trovo che il sangue e l’acqua, elementi che rappresentano la vita sulla Terra, si prestino a un gioco perverso. Ovvero, pur simbolicamente legati alla vita, non sono così lontani dal concetto di morte. Il sangue soprattutto. L’immagine di una ferita, del sangue che scorre, è vivida in ognuno di noi. A chi non è capitato di farsi male? Quanti film vediamo in tv o al cinema in cui litri di sangue scorrono durante questo o quell’altro omicidio? Per il sangue è stato facile. L’acqua, invece, che ci avvolge alla nascita e poi ci libera, che ci disseta quando siamo disidratati, che genera la vita… è molto più legata a un simbolismo positivo. Eppure… l’acqua racchiude anche un senso di mistero. Il mare, una distesa oceanica infinita sotto cui si muove silenzioso e non visto un mondo sommerso imperscrutabile. Un lago, melmoso e infestato di alghe, ideale nascondiglio per un cadavere. L’acqua vive nell’immaginario comune anche per questo. In definitiva, ho cercato di riprodurre il concetto di yin e yang (vita e morte, bene e male) attraverso questi due cicli: sangue e acqua.
Hai optato per un’ambientazione tutta italiana. Scelta rischiosa o vincente in una realtà editoriale come la nostra, notoriamente esterofila?
Ma è perfetta. Nell’immaginario comune, proprio a causa di questa esterofilia, non c’è una creatura degli abissi nelle acque del Circeo; non si trova un vampiro sulla sponda dell’Arno; non si incontrano usanze druidiche nel nord Italia. Eppure, nell’Odissea, Ulisse si salva per miracolo dal canto delle sirene; Stephenie Meyer, creatrice della saga di Twilight, si è sentita in dovere di piazzare un’antica stirpe vampirica in quel di Volterra; e gli Orobi erano una popolazione di origine celtica stanziata nell’odierna Lombardia. Unire l’incubo, l’orrore, il soprannaturale – per definizione così astratti e lontani da noi – ad ambientazioni nostrane, fa sì che queste diventino più vicine e reali. Nelle acque del Circeo ho fatto spesso il bagno in estate, quando ero più giovane. E se quel sibilo che sentivo, allora, non fosse stato il vento?
Il racconto breve per l’autore può essere un’arma a doppio taglio. Più facile da gestire rispetto al romanzo, richiede una particolare attenzione per il dettaglio, il rispetto di determinati ritmi e la capacità di “atterrare” il lettore in poco spazio. Quali le difficoltà più grosse con cui hai dovuto misurarti in fase di stesura?
Ecco, se c’è una cosa che ho imparato è che il racconto e il romanzo viaggiano su binari diversi. Paralleli, certo, ma distinti. Come giustamente dici, nel racconto c’è poco spazio. E tempo. È necessario catapultare il lettore nella storia, trascinarlo, emozionarlo, sorprenderlo. Il romanzo permette tempi dilatati, ci si possono concedere pause tattiche allo scopo di accelerare nei momenti cruciali. A volte anche nel racconto si può usare questa tecnica, ma con più difficoltà perché lo spazio di manovra è minore. Personalmente non ho avuto grossi problemi con I Racconti del Sangue e dell’Acqua. Certo, anche qui ci sono un paio di eccezioni. Nella fattispecie “Videoclip”, che era lungo quasi il doppio in origine e molto, molto lento; e “L’incubo nella brughiera”, che ho dovuto asciugare perché appesantito da tutta una serie di situazioni poco credibili alle quali ho dato un taglio netto.
Quali caratteristiche deve avere un racconto horror per centrare l’obiettivo di terrorizzare il lettore?
Innanzitutto, evitare di ripetere continuamente le parole “paura”, “terrore”, “orrore”, “spaventoso”, “terrificante” e via discorrendo, a meno che non si stia caricando il racconto di un’atmosfera particolare, stile Lovecraft; in questo caso aggettivazioni e ripetizioni di questo tipo servono a inculcare nel lettore la sensazione che il personaggio narrante sia o completamente folle o davvero, davvero spaventato. Però è difficile. Io ci ho provato con “La scogliera che canta” e “L’incubo nella brughiera”, ma sapranno dirmi i lettori se sono riuscito nell’intento.
Tornando alla domanda, per spaventare bisogna innanzitutto calarsi nel ruolo del personaggio e chiedere a se stessi: cosa mi spaventa? Quali fobie potrei avere? In quale situazione me la farei sotto dalla paura?
Se poi è presente un elemento sovrannaturale, bisogna essere abili a “non descriverlo” e a lasciarlo intuire, accennarlo, fare in modo che il lettore lo colga di sfuggita, lo annusi nell’aria, ma non lo veda, non subito almeno. Creare quel senso di attesa, di sospensione utile a prendere il tempo necessario all’ingresso in scena di ciò che effettivamente è all’origine della paura. Spesso, a questo punto, si finisce per banalizzare tutto con una descrizione accurata del “mostro”.
Insomma: fa più paura un vampiro coi denti aguzzi che salta fuori da una bara pronto ad addentarvi o un odore di carne morta che esce dal fondo dell’armadio?
Da chi o da cosa trai ispirazione per i tuoi racconti?
Da tutto. Da una sceneggiatura di un film che avrei scritto diversamente, da una frase in un libro che mi spalanca un’idea mai pensata prima, da un trafiletto sul giornale, da una chiacchierata tra amici, dal fondo di una bottiglia di birra, meglio se una weiss, da una battuta stupida ascoltata in radio, dall’ennesimo fatto di cronaca sciorinato al telegiornale. Una cosa curiosa: spesso le idee più fulminanti mi vengono la mattina, in macchina, mentre vado al lavoro.
Ti sei cimentato in diversi generi, dall’horror al fantasy passando per la fantascienza. Quale ritieni ti sia più congeniale e perché?
Bella domanda. Bella perché me lo sono chiesto anch’io. La verità è che sono suscettibile di cambiamenti nei gusti e nell’ispirazione. C’è stato un periodo in cui scrivevo solo fantasy. Fantasy e nient’altro. Certo, sempre un po’ gotico, ma quello era. Ma ho visto che non riuscivo a piazzare come volevo le mie storie. Anch’io ho una saga fantasy nel cassetto! Così sono tornato a scrivere horror, che era ciò che facevo nell’adolescenza. Ho riscoperto questa passione e mi sono reso conto che i miei racconti “orrorifici” sono apprezzati più di altri miei lavori. Sicuramente il lato oscuro delle cose ha su di me un fascino particolare e mi piace riproporlo in forme nuove attraverso le storie che propongo.
Sei finalista di numerosi concorsi letterari (Premio Courmayer, Premio Algernon Blackwood, Premio Short Kipple…) e vincitore del Premio NASF 6. Il segreto del tuo successo?
Il confronto con altri autori, soprattutto. Ho imparato più leggendo gli altri e ricevendo critiche distruttive, che gongolandomi negli elogi di chi non ha la preparazione necessaria a essere obiettivo. Anche sperimentare aiuta perché, a un certo punto, capisci quale degli stili che sperimenti viene apprezzato di più. Importante è non fossilizzarsi su qualcosa che non porta da nessuna parte. Scrivere, molto. E leggere, moltissimo.
Se ti dico “I lupi della bruma” e il mondo di Kahlan?
Beh, torniamo al fantasy. E torniamo al mio errore del 2005 quando, ancora sprovveduto, accettai la pubblicazione dietro contributo – in realtà un acquisto copie – de “I lupi della bruma”. Per riscattarmi da quello sbaglio oggi trovate il romanzo scaricabile in pdf dal mio blog, che citerò con estrema disinvoltura per autopromuovermi: http://danielepicciuti.wordpress.com.
Quanto al Khalan, è il mondo in cui per molto tempo ho ambientato le mie storie e saghe fantasy. E dove ho masterizzato per anni un gioco di ruolo con un gruppo di giocatori miei amici. Si tratta di una sorta di mondo alla Lord of The Ring, per capirci. Oggi lo trovo forse un po’ banale rispetto a un tempo, ma ci sono affezionato perché, come recita lo slogan sul mio blog “il mondo che ho creato non è solo parte di me, ma esiste… come esiste la fede.”
Sei Presidente dell’Associazione Culturale Nero Cafè (http://nerocafe.net/) e co-responsabile del magazine Knife; redattore anche presso Terre di Confine e Aculeo nonché ideatore di diversi premi letterari, come Minuti Contati (per Edizioni XII), Nero Angeli, Nero Short e Nero Lab (per
Nero Cafè). Cosa significano per te queste esperienze? Ti aiutano, in qualche modo, a crescere anche come scrittore?
Nero Cafè). Cosa significano per te queste esperienze? Ti aiutano, in qualche modo, a crescere anche come scrittore?
Certamente. Ognuna di queste esperienze mi ha permesso di scrivere. Racconti, articoli, recensioni, perfino bandi per concorsi letterari. Quando parlavo di dare spazio alla creatività… e di fatto oggi posso dire di essere soddisfatto di molti risultati. Nero Cafè soprattutto è una realtà sempre più forte. Con Laura Platamone e Marco Battaglia, i miei soci, siamo passati da semplice blog a un’associazione culturale che si occupa tanto di letteratura quanto di cinema e puntiamo dritti all’editoria. E magari non solo, chissà. Ci stiamo circondando di ottimi collaboratori e nei prossimi mesi sentirete molto parlare di noi.
Progetti per il futuro?
Nero Cafè a parte, di cui ho già accennato, c’è la scrittura. Un Premio Urania in vista in cui cimentarmi, un romanzo hard boiled fantasy che aspetta solo di essere pubblicato – ma non è il Kahalan - un romanzo horror da portare a termine, e tante altre idee da mettere a frutto. L’unica cosa che manca, purtroppo, è il tempo. Se avessi a disposizione 48 ore al giorno anziché le solite 24, riuscirei forse a realizzare tutto quello che ho in testa.


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